Testo e foto BEPPE MAGNI
A Monte Carlo, nel corso del Gran Premio Storico nel Principato, abbiamo avuto il grande piacere e l’emozione di incontrare Joann Villeneuve, moglie del più grande interprete dell’Automobilismo da Corsa mai esistito. Nel vederla si sono aperte voragini di ricordi indelebili, scritti, scolpiti nell’anima di chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni, gli anni di Gilles. Preso comunque il coraggio a due mani, ne abbiamo approfittato, anche se a fatica, perché la commozione impediva quasi di parlare, per porgerle qualche domanda.
- Tutti erano innamorati di Gilles, ma proprio tutti, non solo gli appassionati di corse. Anche le massaie, i parroci, i tramvieri, tutti. Come mai, secondo lei, Joann?
Sì, penso che lui faceva la gara per la gara, era come un pilota deve essere. In più, credo che Gilles e noi della sua famiglia avevamo una vita normale, vicino alla gente, non abbiamo mai fatto la vita da jet set, noi andavamo sui circuiti, ma eravamo sempre uniti, con i bambini, la famiglia, il cane, tutti insieme. Questa è una cosa. Però ce ne sono tante altre: penso che sia stato amato anche per la sua gentilezza, per il suo sorriso, che aveva sempre sul suo viso perché era davvero, profondamente felice di poter fare una cosa che a lui piaceva. E questa felicità lui la trasmetteva alle persone. Poi lui era alla Ferrari, aveva imparato a parlare italiano e questo lo avvicinava ancora di più alla gente, come uomo, prima ancora che come pilota. Tutto questo fa sì che, ancora oggi, dopo tanto tempo, la gente si ricordi di lui.
- La gente non solo si ricorda di lui, ma il suo pensiero, ancora oggi, commuove ed è indelebile, perché lui era uno che ce la metteva sempre tutta, non c’è mai stata nessuna gara, nemmeno quelle in cui partiva indietro, che lui rinunciasse a dare battaglia.
No, lui aveva una sola posizione sul pedale dell’acceleratore: teneva sempre il piede giù. Lui era fatto così, questa passione l’aveva dentro, talmente profonda e forte che veniva fuori, sempre, si vedeva, lui parlava con tutti sempre e solo di gare.
- E’ stato molto bello che lei, Joann, l’abbia condivisa in pieno questa passione. Non deve essere stato facile…
E’ stato normale, penso che sia stato normale, anche se ogni tanto era difficile, però lui mi ha preso dentro la Scuderia, facevo la cronometrista, quindi ero totalmente coinvolta anche io, seguivo Gilles in tutto e per tutto.
- Quanti campionati del mondo pensa che abbia vinto Gilles in Paradiso?
Ah, ah, ah, non lo so? In Paradiso… Io penso tanti, tanti. Io penso che abbia vissuto la vita più bella di tutte, ha vissuto davvero la sua passione, intensamente, con energia, con il cuore. E l’ha vissuta sempre con lealtà e sincerità. Verso i compagni di squadra, verso la squadra, verso i meccanici. Per lui era molto più importante essere con i meccanici la sera piuttosto che andare ad una festa.
- Come pensa si troverebbe oggi, uno come Gilles, leale, sincero, anche ingenuo, tante volte.
E’ difficile dirlo, anche perché magari si sarebbe adeguato ai tempi e alle persone di oggi. Non gli sarebbe certo piaciuto questo modo di vivere, perché lui non era così. Ma credo si sarebbe adattato.
- Lei, Joann, che rapporti aveva con Enzo Ferrari?
Io l’ho incontrato solo qualche volta, perché Enzo non veniva mai sui circuiti. Gilles invece, che era sempre a Fiorano, ha avuto modo di conoscerlo bene. Il loro rapporto è ben rappresentato da quella famosa foto di Ercole Colombo, dove lui lo bacia. Credo che lì si capisca bene l’affetto che Enzo Ferrari aveva per Gilles e che Gilles aveva per lui.
- Anche se il primo periodo non fu facilissimo, mi sembra di ricordare, con qualche incidente forse di troppo…
Sì, perché Gilles aveva questa cosa dentro, di voler andare sempre al limite della macchina, di cercarlo, di sfidarlo, di capire quale fosse esattamente il limite più estremo, in modo di cercare poi di non oltrepassarlo. Ebbe degli incidenti anche perché era il primo anno con i nuovi pneumatici Michelin, per loro era il primo anno in Formula 1 e condussero molti test, anche in gara. A Montecarlo nel 1978, ma anche nel famoso Gran Premio d’Olanda, l’anno dopo, non si trattò di un errore di Gilles, ma di problemi con i pneumatici. E’ che allora non c’erano i camera car e non si vedeva cosa accadeva davvero. Fortunatamente però, Gilles vinse l’ultimo Gran Premio della stagione a casa nostra, in Canada, sul circuito di Montreal che oggi si chiama, appunto, Circuito Gilles Villenueve. Fu una davvero una grande felicità per tutti…
- Sì, fu una grandissima gioia, anche per noi che guardavamo. A proposito di gare di Gilles, eravamo a Monza nel 1979 e tutti noi avevamo la percezione che Gilles avrebbe potuto superare Jody in qualsiasi momento, ma non lo fece…
Sì, non lo fece perché avevano un preciso accordo con Jody e con la squadra, che Gilles rispettò, rimanendo docile dietro a Jody, senza mai attaccare né fare nulla di brutto, lasciando così il campionato del mondo a Jody.
- Ma quanto costò davvero a Gilles questa cosa di rimanere dietro a Jody, lui che era un attaccante nato, con una voglia di spingere e vincere, sempre e comunque?
Gli costò tanto, sì. Però, prima della sua natura di attaccante a piede sempre giù, aveva questa lealtà profonda, questa integrità di persona corretta, questa sincerità di cuore che gli impedì di attaccare Jody e che lo convinse per sempre di aver fatto la cosa giusta. Anche durante quella gara a Monza mi disse poi che non gli è mai passato per la testa di fare altre cose rispetto a quelle che ha fatto.
- Un vero esempio di lealtà.
Sì. E’ un po’ anche questo quello che ha lasciato: la capacità di essere leale, di non fare mai cose diverse rispetto a quelle che si sono concordate e promesse. Quella volta, anche se poteva facilmente vincere, non lo fece, perché perché prima della gara aveva promesso che avrebbe aiutato Jody. Lasciando a lui, quindi, non solo la gara di Monza, ma anche la vittoria nel campionato del mondo del 1979. Questo anche perché lui pensava che l’anno dopo il campionato sarebbe stato suo. Poi le cose sappiamo non andarono così. Con la 312 T5 che era una macchina che non andava per niente. Lui però, non si diede mai per vinto, lottò tutte le gare, anche per un quinto posto, impegnandosi sempre allo spasimo, convinto che l’anno dopo, con la Ferrari turbo, sarebbe andato tutto molto meglio.
- Nel 1981 ci fu la grande vittoria qui a Monte Carlo con la 126 CK turbo…
Sì, era la prima volta che vinceva una macchina turbo nel Principato. Nonostante tutti dicessero che sarebbe stato impossibile vincere con una macchina turbo a Monte Carlo, Gilles ce la fece, mettendoci tanto del suo, mettendosi la Ferrari in spalla e trascinandola, con il suo impeto, alla vittoria.
- Poi ci fu la grandissima vittoria in Spagna…
Sì. Per Gilles quella, ancora più di Monte Carlo, fu la sua vittoria, non quella della macchina. La sentiva proprio come una vittoria sua personale. Nessuno avrebbe potuto fare stare dietro così tanti avversari, molto più veloci di lui, per così tanto tempo. Fu davvero felice per quella vittoria. Se si va a riguardare quella gara si nota come nessuno mise mai le ruote fuori pista, né Gilles per tenere dietro gli avversari, né loro per tentare di superarlo. Fu una gara di una correttezza esemplare. A differenza dei piloti di oggi che, talvolta, usano metodi non proprio corretti.
- Sì, oggi è tutto molto più esasperato, molto più violento, sia negli atteggiamenti che nel modo di condurre le gare. Per Gilles sarebbe stato impossibile concepire di assumere un atteggiamento da cattivo, intimidatorio…
No Gilles era totalmente incapace di fare qualcosa di male. Questo, oltre che ad una diversa mentalità, era dovuto certamente al fatto che allora c’era in tutti la consapevolezza di potersi fare molto male, nel caso fosse accaduto qualcosa o qualcuno avesse deciso di compiere una scorrettezza nei confronti di un avversario. Per cui stavano tutti molto più attenti. Inoltre non esisteva la radio, come oggi, tutti se la dovevano sbrigare direttamente in pista, senza lamentarsi o confrontarsi con nessuno. Tutti dovevano valutare le situazioni da soli, decidere se attaccare o no, se entrare o no, valutare anche l’efficienza degli pneumatici, lo stato della macchina. Era tutto lasciato nelle mani e nel cuore del pilota. Il pilota faceva davvero di più, anche fisicamente, e lo faceva in modo diverso, dovevano cambiare manualmente, essere precisi anche in questo. Era un tempo in cui fare il pilota era un mestiere tutto diverso da quello che è diventato oggi.
- Ancora un paio di domande, Joann. La prima: Gilles si rese conto che la 126 C2 sarebbe stata una macchina molto competitiva?
Sì, lui lo sapeva. Anche perché stavano tutta la settimana a Fiorano a provare. Si rese conto subito che quella sarebbe potuta essere la Ferrari che lo poteva portare finalmente a coronare il suo sogno: a vincere il campionato del mondo…
- Abbiamo detto e sappiamo che Gilles era una persona leale, corretta e estremamente sincera. Era ed è un esempio di quello che dovrebbe essere il comportamento di qualsiasi persona. Sarebbe possibile, secondo lei, Joann, che oggi uno come Gilles possa vincere il campionato del mondo di Formula 1?
E’ davvero difficile da dire. Oggi le persone ed i piloti sono così strani, tendono tutti ad essere furbi. Però credo che si possa vincere anche essendo leali e corretti, bisogna però essere molto forti nella testa, essere molto forti mentalmente. Io, che ho vissuto quel periodo in cui si poteva eccellere come Gilles senza fare scorrettezze o essere sleale, voglio credere che lo si possa fare anche oggi. Solo un campione leale, corretto e sincero come Gilles può davvero entrare nel cuore della gente ed essere amato come è stato amato lui.
Grazie, Joann. Grazie di vero cuore di averci riportato Gilles sulla terra, in un luogo che lo ha visto compiere una delle sue imprese più mirabolanti. Vederla vicino alla 312 T5 di lui mi ha fatto scoppiare in lacrime. Lei, che tanto lo ha amato. Così come lo abbiamo amato noi. Perché uno come Gilles lo si ama per sempre. Non si è mai allontanato dalla sua Rossa. E, se guardo bene, lo potrò vedere sicuramente correre e vincere anche questo Monaco Grand Prix Historique. Perché dove c’è da dare battaglia, Gilles c’è. Sempre.












