F.1 ALEX ZANARDI Una vita di corsa per diventare un eroe dei tempi moderni

DI PAOLO CICCARONE

Ciao Alex, te ne sei andato proprio il 1 maggio, di sera, quasi a non voler disturbare il ricordo di un altro grande del passato come Senna, perito a Imola. Nella tua Imola verrebbe da dire, visto che da Castelmaggiore a lì era uno schioppo. Alex Zanardi se ne è andato dopo gli ultimi sei anni di sofferenza, da quando un maledetto pomeriggio, in una esibizione benefica, con la sua handbike ha colpito un camion che veniva in senso inverso su una strada aperta al traffico. Definire chi sei stato e cosa resterà per sempre di te, è impossibile. Servirebbe una enciclopedia non un semplice articolo.

Dai ricordi degli inizi, di quando tu giovane speranza del motorsport, dai kart alla formula, e chi scrive giovane cronista a inizio carriera, ci si ritrovava sui circuiti italiani e per passare il tempo, le sfide sui kart: piloti contro giornalisti, messi in squadra insieme. Quante ne abbiamo combinate in quei giorni. I birilli da evitare che invece venivano centrati regolarmente e lo stupore con la risata incorporata: “Ma come, non vince chi ne centra di più?”. E le corse dal kartodromo di Parma agli hotel la sera, in colonna per strada, attaccati alla targa di quello davanti, fra terrore e sfida che oggi è impensabile.

 © Copyright: Photo4 / XPB Images

L’arrivo di Daniela, che poi diventerà tua moglie, in quel team dove avevi coniato un termine: zanardata. Vallelunga, qualifiche della gara di campionato. Uscita della Trincea con quella bianca Ralt, un traverso da paura, la roccia da un lato, il rail dall’altra. E il tempone fatto ugualmente: “E’ la zanardata, faccio cose incredibili, nel bene o nel male, mai una cosa normale” e tutti a ridere. Un po’ meno Daniela che teneva la contabilità dei danni. E finalmente l’arrivo in F.1, con quella Lotus sgangherata dove quella peste di Johnny Herbert ti lasciava l’abitacolo pieno di pipì, visto che non c’era mai una macchina di scorta tutta per te: “Che schifo, pensavo fosse olio perso da qualche tubo invece era pipì” e giù a inseguire Johnny per menarlo benevolmente: “Alex non capisce niente – dice il pilota inglese – con quel tanfo in macchina non vedrà l’ora di scendere e quindi andare più veloce”.

Altri tempi, le delusioni della F.1, il botto a Spa, la paura di vederti soffrire. E poi gli USA, la zanardata famosa al cavatappi, passata alla storia dei sorpassi, i titoli, il matrimonio, l’arrivo di Niccolò. E il ritorno in F.1 con la Williams campione del mondo 1997 coi colori Winfield. L’ultima delusione. Credevo tanto in te che con Radio Monte Carlo diventasti il testimonial in pista dei GP per la rubrica motori. Ogni prova, ogni gara, un commento live al telefono nascosti in un angolo del box. E le tue confessioni. “I tasti sul volante sono difficili da gestire – dicevi – io ho le mani grosse, ereditate da mio padre idraulico. Fatico a toccare e regolare tutto. Ho chiesto modifiche ma non mi ascoltano”. E con Ralf Schumacher politico e spinto dai media, la fine della storia era evidente. Il ritorno negli USA, l’incidente del 2001 con le gambe tranciate.

L’ultima volta che ci siamo visti a Vallelunga, poi il lungo calvario

Un calvario, la rinascita, gli ori olimpici, una seconda vita. I convegni, le manifestazioni, il ritorno alle corse. Motorshow a Bologna, quando ti alzasti in piedi davanti a Schumacher, su quelle protesi artificiali che ti ridavano altezza e spessore. Michael commosso e io seduto a fianco di tua moglie Daniela dissi una cosa: “Mi sa che questo torna a correre quanto prima” e lei che mi rispose: “Si sta già allenando con la macchina a casa, ormai sono rassegnata”. E lui? “Beh, soccia, volevo portare in spalla mio figlio e l’unico modo era avere queste protesi. Vuoi mettere il vantaggio? Mica devo accorciare i pantaloni, allungo la protesi e poi mica mi posso rompere una gamba se faccio un incidente…”. E i trionfi a quattro ruote, il test a Monza con la moto, tutta una favola.

E poi le foto ricordo: “Oh, va che il protagonista sono io, comincia mica a togliermi attenzioni”. E la mia replica: “Mi sa che a fianco a te l’handicappato sono io”. E lui: “E allora datti una mossa, ci sono riuscito io non vuoi riuscirci tu?”. Il messaggio di speranza e futuro: tutti abbiamo una possibilità e dobbiamo coglierla lottando. Fino a quel giorno del 2020. Ma il peggio la sorte l’aveva in serbo ancora: l’incendio dei pannelli solari, i fumi respirati nel letto dove eri indifeso, il peggioramento della situazione generale. L’altra lotta, lontana da occhi indiscreti, le ferite rimarginate fuori ma pesanti dentro. La passione di tua moglie e tuo figlio, istruttore di guida veloce, dove si aggirava anonimo. Fino al 1 maggio 2026, quando finisce la tua storia ma comincia la tua leggenda…

Condividi su: