FERRARI 312 T3 Quando un modellino ricorda il primo impatto con Gilles Villeneuve

DI GIUSEPPE MAGNI foto M.BARBESSI-BOSSI

La vera 312 T3 alla seconda di Lesmo nello scatto di Franco Bossi

8 settembre 1978. Venerdì. La prima volta a Monza, a vedere le prime prove cronometrate valide per il 49esimo Gran Premio d’Italia di Formula 1. La Ford Escort dell’Antonio era arrivata nel prato di Peregallo neppure tanto presto. Il mio amico Domenico è uno che si alza tardi. Io non avevo neppure dormito. Era qualche notte che facevo fatica. Da quando l’Antonio mi aveva detto che aveva organizzato la trasferta di Monza ero in tumulto, in perenne agitazione. Attraversato il piccolo prato, dall’altra parte di Via Regina Margherita, c’era, e c’è, il muro del Parco di Monza. E, di là del muro, il Tempio della Velocità, nella zona delle due Curve di Lesmo.

“C’è da scavalcare qua.” Ci disse l’amico dell’Antonio, l’esperto del gruppo. Un muro di oltre 3 metri con degli appuntiti spuntoni di ferro fittissimi sul bordo superiore. Nemmeno finito di dirlo eravamo già in cima. “Attenti a non farvi male!” Raccomandò l’Antonio. Eravamo già giù dall’altra parte. Peccato che ci beccò subito un vigile urbano, che pretendeva che riscavalcassimo per uscire. Era talmente tanta la gente che stava venendo di qua che il vigile si distrasse. Fu un attimo: ci infilammo in un auto che stava percorrendo la vietta che portava alla tribuna esterna sulla Seconda di Lesmo. Quella seconda di Lesmo.

All’ingresso tribuna nessun controllo. Così salimmo di corsa I gradini in ferro esterni che ci portarono in paradiso. Di lì a poco iniziò la sessione di prove libere e il suono altissimo e I colori sgargianti delle monoposto illuminate dalla luce del sole ci rapirono completamente. C’era uno con una macchina rossa che sembrava il diavolo: fendeva come un forsennato la Seconda di Lesmo, quella Seconda di Lesmo, piegando la testa verso l’interno della curva, a tutta velocità. Sembrava spiritato, un pazzo scatenato. Era Gilles Villeneuve. Con la sua Ferrari 312 T3 numero 12. Fu una folgorazione. Da quel giorno non ho più smesso di andare a Monza per il Gran Premio d’Italia. Nel 2024 sono state 45 partecipazioni dal vivo. Una vita…

Qualcuno, un caro amico, aveva deciso già da tempo che l’evento, la folgorazione, andava celebrata. Ed ecco l’idea, qualche anno fa: riprodurre la Ferrari 312 T3, la numero 12, quella di Gilles, proprio quella che partecipò a quel Gran Premio d’Italia. Fu così che sulla mensolina dell’atelier dell’amico veronese Mauro Barbessi apparve un kit Tameo della 312 T3, scala 1/43.

Cosa volete che sia? Ci sono migliaia di modellisti nel mondo che montano kit così. Tutti più o meno bravi, più o meno competenti. Questa volta, però, è stato tutto molto diverso. Innanzitutto Mauro Barbessi non è un modellista qualsiasi. Lui è un artista inarrivabile, un ricercatore del dettaglio, un appassionato cristallino che ha saputo trasformare un normale kit commerciale in un gioiello unico, meraviglioso, perfettamente uguale alla sorellona vera, solo 43 volte più piccola. Ci sono voluti quattro anni di serate, e anche nottate insonni per arrivare all’allestimento finale.

Quattro anni in cui Mauro mi scriveva nottetempo, illustrandomi il particolare che aveva scovato dalle foto del prode Franco Bossi e che nel kit non era presente. E mi ha inviato centinaia di foto in cui si vede la riproduzione ex novo del dettaglio, piegando una minuscola lamierina, lavorandola con una dedizione e un amore che solo I grandissimi couturier hanno saputo esprimere. Un lavoro immane, di una precisione e una pazienza che nemmeno affermati gioiellieri possono vantare.

E poi I cablaggi, riprodotti con le setole della scopa della Nives, sua moglie. E poi I cavalletti… decine e decine di idee, di varianti rispetto al kit originale, tutte realizzate con una maestria eccelsa, sublime, commovente. Le foto che potete vedere non rendono giustizia alla Ferrari 312 T3 di Mauro Barbessi, la fanno diventare di dimensioni molto maggiori di quella che in realtà è. Un piccolo, preziosissimo gioiello, con cui un mastro orologiaio, un artista dal cuore grande, soprattutto un caro amico, ha voluto celebrare il 45esimo Gran Premio d’Italia da quella volta, la prima, dove dalla Prima di Lesmo sbucò quel fulmine rosso che mi colpì in pieno, contagiandomi di quella passione, di quel sentire dal quale non sono guarito più.

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