GIUSEPPE MAGNI
L’ultimo Gran Premio di Formula 1 prima della pausa estiva lascia tanto amaro in bocca agli appassionati. Quello che, solitamente, era un dolce ferragosto, preparando e pregustando la grande festa di settembre a Monza, si è trasformato in un periodo di grande smarrimento, di profondo scoramento. Il modo in cui la Scuderia Ferrari, quella fondata da Enzo Ferrari nel 1929 e poi rilanciata nel 1947, ha affrontato il Gran Premio di Ungheria è stato sconcertante. Da una parte un grande pilota che stacca una pole position clamorosa, per poi lasciarsi andare a team radio duri, accusatori, quasi spietati nei confronti della sua squadra, la stessa per cui tesse sovente grandi lodi, la medesima dalla quale spera, prima o poi, di poter ottenere la tanto sospirata macchina dominante, quella che gli permetterà di arrivare finalmente alla sua destinazione naturale di campione affermato, dopo tanti anni di predestinazione. Dall’altra un fuoriclasse immenso precipitato in un profondo declino, un baratro che gli fa dire pubblicamente che la sua squadra, sempre la Scuderia Ferrari, fondata da Enzo Ferrari nel 1929 e brillantemente rilanciata nel 1947, dovrebbe cercarsi un altro pilota. Uno sconforto, un abbattimento che, nel sottoscritto, almeno, ha suscitato solidarietà, voglia di abbracciarlo, di confortarlo, di spronarlo a tornare quello che è stato. Anche se da più parti, anche, purtroppo, da autorevoli personaggi televisivi, è stato pesantemente sbeffeggiato, deriso, vergognosamente dileggiato.
Un quadro penoso, davvero triste e, a mia memoria, senza precedenti. Davvero poca, pochissima voglia di indossare la maglietta rossa quest’anno, per andare a Monza. Non si è capito bene perché una brillante pole position si è trasformata in una pesante, deludente sconfitta. Ufficialmente sono stati problemi al telaio, ma più di una parte, esperti e competenti in materia, ha avanzato forti dubbi, addirittura l’ombra di sotterfugi con pressioni differenti delle gomme, ipotesi a cui credo poco, perché tratterebbesi di espediente da disperati. Si sono capiti e si capiscono ancor meno, i motivi per i quali uno dei più grandi fuoriclasse che la Formula 1 abbia mai annoverato nelle sue fila in tutta la sua storia, si senta e si mostri in pubblico in uno stato di abbattimento assolutamente indegno di un grande, grandissimo protagonista dello sport e assolutamente preoccupante per lo stato di salute della persona. Aspetto, secondo me, preponderante, di cui nessuno ha parlato, preferendo salaci, vergognose battute, frecciate al veleno, voti da ultimo della classe in pagella, dimostrando di non capire il momento, di disconoscere il campione, di disprezzare l’uomo. Signori, non si spara sulla Croce Rossa, forse è bene ricordarlo.
No, non sarà un bel ferragosto, quest’anno, in attesa della grande festa di Monza. Era senz’altro preferibile un’altra, onorevole sconfitta. Questa, maturata dopo la grande illusione del sabato, è stata una mazzata. Così come è stata una mazzata sentire certi team radio. Ed uno sconforto di gran lunga peggio del suo, vedere un campione ridotto al lumicino, quasi sul punto di abbandonare i terreni di battaglia che lo hanno reso uno dei due fuoriclasse più vincenti della storia.
Poca, pochissima voglia di indossare la maglietta rossa per andare a Monza, quest’anno. Troppo basso il morale, troppe illusioni svanite, troppa cattiveria attorno ad uno sport che ha sempre esaltato gli eroi, soprattutto quelli al volante della macchina rossa. Che rossa rimane, ma in questo momento, per motivi che appaiono davvero poco edificanti.
Ci riprenderemo? Questa è la speranza. Ricette non ne ho. Forse iniziare ad abbassate certi toni televisivi aiuterebbe. Poi cercare di capire, di comprendere i due assi al volante, aiutarli concretamente nelle loro difficoltà, ascoltarli non nei team radio, ma all’interno del team, ridare loro piena fiducia nei loro mezzi.
In realtà non lo so. Lo smarrimento è tanto. Così come la profonda tristezza di una illusione svanita. La pausa aiuterà? E chi lo sa? In ogni caso, si va in vacanza. Il tempo è un gran medico, si dice. Speriamo.









