di Giuseppe Magni

Anche il cielo, questa mattina, si è incupito, qui a Spa Francorchamps. Alle belle giornate, insolitamente calde e terse dei giorni scorsi, oggi siamo tornati al meteo classico di queste zone: pioggerella, aria fredda e umida, in alto grigio uniforme ovunque si guardi. Sembra che qualcuno, lassù, si sia rattristato nel vedersi arrivare un ragazzo ventiduenne, troppo presto strappato alla vita, benché col sorriso di chi stava facendo quello che più amava al mondo: correre in macchina. Un altro che amava le corse automobilistiche più della sua stessa vita e che uniamo oggi al ricordo di Anthoine Hubert, era Stefan Bellof. Fu proprio il primo settembre, come oggi, di trentaquattro anni fa, proprio qui a Spa-Francorchamps che si compi il suo destino. Destino troppo spesso cinico e baro, con gli eroi del motorsport, quelli veri, che non lesinavano mai cuore e coraggio, nell’esercizio della loro arte sublime di conduttori, interpreti eccelsi di mezzi meccanici altrimenti impersonali, freddi, magari belli da vedere, ma distaccati e inerti, senza il loro prode cavaliere.

Stefan Bellof, ventottenne tedesco, campione del mondo Endurance 1984 era proprio uno di questi valorosi guerrieri. Uno che, salito in macchina e giù la visiera, dava tutto sé stesso, dava sfogo al suo enorme talento, al suo coraggio leonino, illuminando occhi e cuori di ha avuto la fortuna di vederlo in azione. Fu un pilota di cui mi innamorai subito, mi piacque d’acchito, era uno di quelli di cui, a guardarlo in pista, percepivi il pilota molto prima della macchina. Aveva una personalità, un carattere, un coraggio che rasentava l’incoscienza. Mi esaltava. Mi ricordava tanto un altro artista, un altro romantico interprete del correre antico, uno che aveva coraggio da vendere, il mio idolo assoluto, Gilles Villeneuve.
Di Stefan Bellof cominciai a sentirne parlare e leggere ai tempi in cui correva con la Maurer in F.2. Poi il prorompente tuono del record assoluto sulla terribile Nordschleife del Nurburgring, nel maggio 1983, quel fatidico 6’11”13 che ancora oggi rimane imbattuto da automobili da corsa regolari.
Fu così che cominciai davvero a seguirlo più da vicino, cercando di andare a vedere dal vivo le sue gare. Fino alla 1000 km di Monza del 1984, che vinse e che mi trovò, non so come, non so perché, molto vicino alla sua Porsche 956 quando si fermò sulla linea del traguardo dopo il giro d’onore. Fui praticamente il primo a congratularmi con lui per la grande vittoria ottenuta nel Trofeo Caracciolo, grandissima classica monzese. Fu davvero una grandissima emozione per me. Lui era agitatissimo e felicissimo, aveva davvero dato spettacolo quel giorno, avevamo visto in pista una vera forza della natura, uno che non aveva davvero paura di nessuno. Passò poco più di un mesetto e ne ebbimo una ulteriore conferma. Infatti, nel celeberrimo GP Monaco 1984 non fu solo il giovane Ayrton Senna a stupire. Subito dietro di lui, sotto il diluvio torrenziale che tutti ricordano, si mise in luce proprio il biondino tedesco, con una modestissima Tyrrell, superando senza alcun timore reverenziale, numerosi avversari, tra cui Keke Rosberg su Williams e René Arnoux sulla Ferrari.
Successivamente, Enzo Ferrari pensò proprio a Stefan Bellof per la sostituzione proprio del pilota francese, all’inizio della stagione successiva. Ma finì col rinunciarvi. Il biondino tedesco era un tipo di pilota che gli piaceva assai, ma era ancora troppo viva nella sua mente la scomparsa di Gilles Villeneuve per portarsi a casa uno che ne era praticamente l’erede naturale, con tutti i rischi annessi e connessi. Ricordo una 6 ore di Imola con la Porsche color arancione, in omaggio ad uno sponsor… digestivo, in cui vinse recuperando un distacco che sembrava incolmabile da chi era in testa. Quando toccò a lui affrontare il suo turno di guida, entrò nell’angusto abitacolo e partì dai box come una furia, lasciando due strisce nere lunghissime, impressionati come la sua grinta, il suo furore agonistico.

Dopo aver brillantemente vinto con la sua Porsche ufficiale il campionato del mondo endurance 1984, nel 1985 continuò il suo doppio impegno nella stessa categoria e in F.1, sempre con Tyrrell. Arrivò un’altra volta a Monza per la 1000 km. Ci andammo con alcuni amici, emozionati già qualche giorno prima per l’evento e per la voglia di incontrare da vicino questo campione meraviglioso. Lo trovammo che usciva dal tendone nel retro box della sua squadra, la Brun Motorsport. Fu un po’ sorpreso di trovarsi lì, dei tifosi italiani ad accoglierlo, ma fu gentilissimo. Si concesse per foto (allora di selfie non se ne parlava proprio…) e autografi che conserviamo gelosamente. Delle foto con lui ne facemmo degli ingrandimenti. Il mio lo appesi vicino alla foto di Gilles. Si avvicinò Monza F.1, il Gran Premio d’Italia 1985…che lui avrebbe dovuto correre con la Tyrrell.
Tolsi la mia foto con Stefan dalla cornice, mi munii di adeguati pennarelli. Gliela volevo far autografare nei giorni del Gran Premio.

Purtroppo la domenica prima si disputò la 1000 km di Spa, dove il destino cinico e baro ce lo portò via. Destino baro sotto forma di una manovra mai del tutto chiarita da parte di un celebrato avversario, all’Eau Rouge. Stefan Bellof pose così fine ai suoi giorni su questa terra il primo settembre 1985, poche decine di metri prima del punto dove ieri ci ha lasciati Anthoine Huber. Rimasi sconvolto per alcuni giorni. Scoppiavo ripetutamente a piangere, a dirotto. Non volevo riporre la mia foto con Stefan nella cornice da cui l’avevo tolta. Me la giravo e rigiravo in mano, mentre le lacrime scendevano inarrestabili. Anche i pennarelli lì mantenni per giorni lì, pronti a partire con me, per l’Autodromo, dove lui avrebbe scritto il suo autografo, dove lui avrebbe scritto mille altre avventure, avrebbe vinto mille altre sfide, che adesso sta disputando in cielo, con tutti i grandi campioni che ci sono là, da Gilles, a Tazio, ad Ayrton, ad Anthoine Hubert… Giù tutto, Ragazzi! E vinca il migliore!
#GPBelgio #F1 #Bellof #RMCMotori #Spa #PaoloCiccarone






