DI PAOLO CICCARONE Foto Racing Bulls – Ciccarone – F1.com

Dopo Toro Rosso, Fia, Ferrari il ritorno a Faenza come collante nel suo nuovo ruolo da Team Principal e su Ricciardo parole al miele e l’amarezza per non averlo potuto recuperare
Da Faenza a Maranello passando per Parigi. La carriera agonistica di Laurent Mekies è fatta di viaggi strani, dove per percorrere i pochi km che separano Faenza, sede della Toro Rosso dove operava, è passato da Parigi, in ambito FIA, prima di approdare in Ferrari come direttore sportivo prima e responsabile pista e performance dopo. Da agosto 2023 ha lasciato Maranello per tornare a Faenza, in quella che ora si chiama Racing Bulls, ma non più come direttore sportivo, bensì come team principal. Un ruolo difficile e diverso. Cosa hai potuto portare dalla Ferrari a Faenza in questo ruolo?
“Sul ruolo attuale non ci sono differenze fondamentali, si parla sempre di provare a mettere le nostre persone nelle condizioni migliori per lavorare. E fare in modo che abbiamo tutto per lavorare bene. Questo lo fai con un gruppo magari più piccolo, da direttore sportivo e lo fai con un gruppo un po’ più grande da team principal. Ma la regola del gioco è sempre la stessa, quindi il lavoro di ogni giorno è, sono, le nostre persone. Sono in condizioni di esprimersi al meglio del loro potenziale, sì o no? Dove ci manca qualcosa? E fare in modo da offrire le migliori condizioni per tutti i membri del team”.

La gente è abituata a vedervi sul muretto dei box con le riprese televisive, invece c’è dietro un gran lavoro che viene fatto direttamente a casa e lì, come team principal, bisogna avere il polso della situazione, perché c’è la parte logistica con le trasferte, poi c’è la parte tecnica, la parte commerciale. Riesci a mettere insieme tutti questi pezzi?
“I numeri danno già una bell’idea di quello che stai provando a esprimere, nel senso che siamo circa 100 persone in pista e questo è più o meno uguale in tutte le squadre perché ormai è limitato della FIA . Quindi si passa dalla parte operativa alle parti di lavoro più commerciale. E qui dobbiamo fare i conti con il totale del team, perché siamo 600 persone tra Faenza e Bicester. Quindi già nel rapporto dei numeri capisci che la prestazione in pista si prepara a casa. Il mio lavoro è mettere in campo le persone migliori che possono gestire ogni reparto a casa. Creare un ambiente, una atmosfera, una cultura nella quale possono interagire nel modo migliore possibile. Ho deciso coscientemente di mettere al centro di questo progetto due concetti: le persone e la cultura, punto. Pensiamo che tutto il resto verrà di conseguenza”.
Come è cambiata la vita di Laurent Mekies, da appassionato alla F.1 e poi in FIA e al vertice di Ferrari e ora Racing Bulls?
“La parte umana è la cosa più straordinaria di questo mestiere. Quando vedi della gente stancarsi della Formula Uno, ti chiedi: perché succede? Quando ti stacchi dalla gare poi la gente che esce ha sempre le stesse reazioni. La gente dice di solito due cose. Uno, ti manca la competizione, perché di fondo non siamo ingegneri, non siamo giornalisti, non siamo siamo comunicazione, siamo competitor. Facciamo questo mestiere perché vogliamo competere, no? Quindi ti manca la competizione. La seconda cosa che la gente ti dice è mi manca il fatto di essere attorno a persone di questo livello qua. Quindi livello di qualità per l’estremizzazione della competizione. In Formula Uno, il livello di qualità di tutto l’ecosistema è estremamente alto, quindi adesso provo a risponderti. Quindi la mia vita è stata una somma di avventure straordinaria, dove sento solo di dover dire dei grandi grazie se ci ripenso. A guardare indietro, ti rendi conto della influenza positiva che hanno avuto le persone che hai incontrato in questo percorso qua e che quindi sono poi queste persone che hanno fatto ciò che hai imparato e che sei cresciuto”

Un grazie in particolare a qualcuno?
“Sai se ne prendi uno ne dovresti prendere tanti, no? Quindi mi viene solo da dire grazie senza citare qualcuno in particolare. Ma io sono stato estremamente fortunato. Parto al contrario, ma di sicuro mi dimenticherò di qualcuno e chiedo di essere perdonato: devo dire grazie a Mattia Binotto, poi Jean Todt e alla sua offerta in ambito FIA, a Giorgio Ascanelli e Franz Tost, a Charlie Whiting in FIA. Ho avuto questa fortuna gigantesca di avere dei capi che avevano una grande visione per questo sport. E’ stata una possibilità gigantesca di crescita incredibile. Confrontarsi con questi è stata una palestra di crescita e formazione unica”.
Qualche aneddoto da raccontare?
“ Mi ricordo quando Franz Tost, all’epoca, ha ingaggiato Giorgio Ascanelli. A quel tempo Gerhard Berger era proprietario a metà del team Toro Rosso. Franz mi chiese se conoscessi Ascanelli. Dissi di no. Mi fa OK, ma attento perché sarà difficile da starci insieme. È estremamente bravo, ma sarà molto difficile e poi mi ha detto: a questi livelli sono tutti così, per cui non farci caso”.

Conosciamo Ascanelli e il suo grande valore, ma un conto è gestire un tecnico capace, un altro dal muretto dei box dover gestire piloti come Tsunoda, carattere fumantino e nelle ultime gare della passata stagione Lawson, un altro bel caratterino… Come si lavora con piloti così?
“Come ho già detto, dobbiamo mettere al centro le persone, fare in modo che diano il massimo della loro prestazione. In questa lista di persone ci sono i piloti, proviamo a metterle nelle condizioni migliori per esprimersi. È una delle sfide più belle di questo mestiere, forse il più bello quando si parla di piloti, perché comunque sono loro che hanno anche i caratteri più complessi, perché hanno questo livello di pressione estremo. In realtà, come nella vita, la crescita e il rapporto avviene attraverso la creazione di un rapporto di fiducia. Più tu riesci a creare questo rapporto di fiducia più riesci a interagire. Per capirlo va guadagnata la fiducia, poi moralmente il pilota si apre e più capirai di lui e poi eventualmente potrai influenzarlo”.
Si parla di un trasferimento del team in Inghilterra, che succede alla sede di Faenza? C’è molto made in Italy in questa squadra, anche se non viene riconosciuto. Quindi nella tua situazione di team principal, quali decisioni possiamo aspettarci per il futuro e che cosa succederà?
“La Racing Bulls è una squadra italiana, noi corriamo con una licenza italiana. Quindi abbiamo una squadra che ha una sede storica a Faenza. Questa sede è moderna è stata rifatta nel 2015 o 2016 ed è una sede moderna e fantastica, sia di design sia di produzione. Qui siamo circa 500 persone. A questa sede aggiungiamo un altro head quarter che è stato creato 15 anni fa a Bicester, quando abbiamo comprato la galleria del vento: 15 anni fa è cresciuto quello che è diventato il nostro reparto aerodinamico. Oggi chiudiamo Bicester perché è troppo piccolo per noi e non usiamo più quella galleria del vento. E i nostri azionisti (leggi Red Bull, ndr) ci hanno fatto questo dimostrazione di fiducia, permettendoci di fare una sede completamente nuova a Milton Keynes. Siamo vicini al campus di Red Bull, nel quale avremo lo stabilimento, direi State of The Art, allo stato dell’arte, per permettere tutto quello che c’era a Bicester e per continuare a far crescere l’azienda.

Quindi l’approccio che abbiamo preso è un approccio dove le due sedi sono storiche, nel senso che noi non vogliamo andare per un modello di sede unica. Vogliamo mitigare il fatto che la sede italiana, considerata forse storicamente uno svantaggio, lo trasformiamo in un vantaggio. Ovvero potremmo assumere qualsiasi persona, o in Inghilterra o in Italia, in funzione di quello che ci dice il mercato. Con i nuovi, i mezzi di comunicazione, con quello che erano la realtà della nostra vista locale e con un calendario con 24 gare, crediamo sia una buona soluzione. Solo i risultati della squadra ci daranno la risposta”
24 gare non sono un po’ troppe, anche a livello organizzativo, dover gestire una squadra, la logistica, gli sviluppi, gestire gli uomini?
“E’ una bella sfida, senza dubbio. Tornando alle persone, è un vantaggio competitivo riuscire a tenere le tue persone nelle condizioni migliori. Quindi tu, come datore di lavoro o capo, devi fare quello che ritieni sia giusto per prenderti cura delle tue persone, anche meglio di tutti gli altri. Di fronte a un contesto che di 24 gare, si tratta di fare un programma, decidere una rotazione mantenendo alta la motivazione di tutti ma senza creare lo stress aggiuntivo. L’obiettivo è mettere la gente nella giusta posizione”.

Qual è stata la gara del 2024 che ha dato più soddisfazioni e la gara sulla quale si recrimina di più?
“Abbiamo lasciato sul piatto tanti punti, ovviamente il GP del Brasile rimane una cosa molto particolare, ma di nuovo non posso provare niente. Come hai visto, avevamo fatto tutte le chiamate giuste. Sia in qualifica con piazzamento al top in P3, forse la seconda qualifica migliore della nostra storia fino ad ora. Se Yuki prendeva la safety un giro prima o dopo, cambiava qualcosa. Resta la prestazione del team, il risultato complessivo e il fatto che non abbiamo sbagliato nulla in quella occasione. Alpine ha sfruttato al meglio la situazione, hanno fatto il pieno di punti. Fa parte del gioco. Poi non vedo grosse recriminazioni. Finisci il campionato in P8 ma intanto come piccola squadra ci confrontiamo con colossi che hanno budget e strutture diverse. Lottare e a volte imporsi è bello per i nostri ragazzi. La F.1 di oggi è molto serrata e combattuta, essere nei primi 10 ad ogni gara è un obiettivo realistico per le nostre ambizioni e i nostri obiettivi. La gente non capisce una cosa basilare: se ci sono 4 top team vuol dire che le prime 8 posizioni sono già occupate da loro e quindi puoi lottare dalla 9 in poi”.

Hai parlato di uomini e il loro rapporto. Cosa è successo a Daniel Ricciardo? L’impressione è che si sia rotto qualcosa dentro di lui…
“Daniel aveva ancora la velocità che aveva ai tempi della Red Bull. Credo che qualcosa si sia rotto nel periodo alla McLaren. L’anno scorso ha fatto grandi cose. Penso a Miami, penso al Canada, penso a tante altre gare. Quello che non siamo riusciti a fare è mantenerlo su quel livello. Lui come Daniel, il pilota, noi come macchina in questo frangente, non sempre adeguata. Aveva dimostrato anche quest’anno questa velocità incredibile, mettere la macchina in Canada a due decimi della pole è stato incredibile. La macchina non meritava di essere in quella posizione. Come per i piloti, così per i team, la difficoltà non è di andare forte. Non puoi essere sempre veloce, lo vediamo in tutti i piloti in griglia. Noi non siamo sempre riusciti a mantenere lo standard per consentirgli di esprimersi in modo costante. Abbiamo delle responsabilità come squadra in questo. Non siamo riusciti a trovare una quadra per la macchina ogni volta per farla sposare al suo stile di guida”.
Ma dal punto di vista umano, in Daniel è scattato qualcosa. Come team principal onestamente stai dando un po’ di responsabilità alla squadra, però chi lo conosce da anni, ha visto che è cambiato qualcosa dentro di lui…
“Ti rispondo come l’ho visto anch’io, quindi come maturità, come professionalità. Eccezionale, Singapore ne abbiamo parlato abbastanza? Non credo. Daniel sapeva prima della gara che sarebbe stata la sua ultima occasione in pista. Se ascolti le sue conversazioni radio di Baku e di Singapore, che sono pubbliche, è uno che fino all’ultimo giro dell’ultima gara, nonostante il contesto, ci ha dato un feedback in macchina, fuori della macchina, completo, professionale, strutturato, professionismo assoluto.

Nello stesso contesto emotivo, io non sarei mica riuscito ad essere al suo livello di professionalità. Quindi da quel punto di vista, di impegno, motivazione, eccetera, Daniel che abbiamo visto era il Daniel che era al top. Dirti che in macchina prendeva tutti i rischi che prendeva alcuni anni fa, probabilmente no. Probabilmente su questo hai ragione tu. Non so dire se non lo facesse più coscientemente o inconsciamente, ma di sicuro non ha mai messo una ruota fuori posto, un testacoda oltre il limite, niente. Sempre preciso, mai oltre quel limite che per un pilota di F.1 è la regola. Avrei anche voluto che mi sfasciasse una macchina pur di superare quel limite. Invece niente. Professionista totale, completo, una persona stupenda”.






