LA DAKAR 2021 RACCONTATA DAL VINCITORE EDOUARD BOULANGER

MARCO FERRERO

Foto: credit Edouard Boulanger

 

Dakar, un nome che già da solo evoca alla memoria un’avventura ormai pluri decennale di gare terribili, difficilissime, una storia di successi, di drammi, che ogni anno si ripete e regala a centinaia di piloti ed equipaggi e milioni di appassionati il fascino di una corsa estrema, corsa in condizioni estreme.

Il successo dell’edizione 2021 è andato a Stephane Peterhansel, ormai per tutti “Mister Dakar”, con le sue quattordici vittorie conseguite tra auto e moto, guidato da Edouard Boulanger, al suo primo successo, che abbiamo incontrato e che ci ha raccontato come ha vissuto questa sua esperienza.

D: Come si può spiegare il termine ed il significato de “il fascino della Dakar”?

R: E’ certamente una questione lunga e molto personale, nel senso che per me il fascino è la scoperta di territori dove non potresti mai andare diversamente, non sono posti dove puoi andare facendo viaggi, o difficilmente, io sono sempre stato affascinato da quei deserti, da questi spazi enormi, oltre che ovviamente c’era il fascino per i motori. Chi è appassionato per i motori vede delle macchine o delle moto o dei prototipi che sono dedicati a questa gara che sono affascinanti e che presentano delle soluzioni innovative, ed è uno dei pochi mondi dove l’amatore, il “pilota della domenica”, può confrontarsi con il campione del mondo. Ci sono pochissime gare dove ti trovi sulla stessa linea di partenza di Loeb, di Peterhansel, o di Toby Price per le moto, e anche questo è il fascino, il mix di persone di culture diverse.

D: Raccontaci come hai vissuto i giorni di questa tua Dakar.

R: Durante la gara c’è una routine molto precisa dove il tempo è “contato”, dal momento in cui ti svegli sino a quando torni a letto è tutto programmato, nel senso che fai la tua colazione, poi c’è il trasferimento in auto per la speciale, poi torni al bivacco, ti ritrovi con gli ingegneri, con il team, magari anche con la stampa, poi devi preparare la tabella per il giorno dopo e così via, e in tutto questo devi anche cercare di mangiare… sono giornate molto intense durante la gara. Diciamo che sei molto sollevato perché almeno fai quello per cui ti sei preparato. Per me è stato molto più pesante il mese di dicembre, perché specialmente quest’anno con il Covid dovevi uno, allenarti, due, evitare ogni contatto, per cercare di arrivare sano alla partenza , perché sapevamo che il primo traguardo per tutti era quello di arrivare alla partenza ed essere autorizzati a gareggiare. Questo perché qualcuno è arrivato positivo e non è stato autorizzato a partire, e ha perso così settimane di duro lavoro e preparazione. Le ultime settimane di dicembre sono state stressanti perché sapevamo di questa “porta” da passare, con i test che non sapevi se erano positivi o negativi, per giunta sappia,mo che non sono neppure 100% affidabili, dopo di, passato il primo “traguardo”, ci siamo liberati da questo pensiero e ci siamo focalizzati sul lavoro che c’era da fare.

D: Che sensazioni si provano in quelle due settimane?

R: E’ meraviglioso, specialmente, essere a fianco di Stephane, questo si, perché lui è un grandissimo pilota, affidabile, calmo, sempre, oltre ad essere iper competitivo, ogni giorno parti con tutte le emozioni positive. Al mattino hai lo stress della partenza, poiché, ovviamente, sali in macchina con l’obbiettivo della vittoria, perché uno come Stephane non può avere altri obbiettivi, comunque lo stress lo hai al mattino, dopo di che in giornata magari le cose vanno molto bene, quindi ti sale l’adrenalina pensando che fai bene, poi magari un quarto d’ora dopo succede qualcosa, magari una rottura o un problema, per cui ti demoralizzi; per cui sostanzialmente ogni giorno è un saliscendi di emozioni bestiale che è difficile descrivere. Poi è vero che oltre alla velocità ci sono i pericoli, per cui questi giorni sono un bombardamento di emozioni.

 

Foto: credit Edouard Boulanger

D: Com’era il percorso di quest’anno?

R: Probabilmente era un po’ più “pietroso” di altri anni, c’erano veramente delle zone dove c’erano decisamente tante pietre, e comunque era un percorso decisamente difficile per la navigazione, nel senso che in certi punti l’hanno reso artificialmente difficile, intendo dire che il terreno di per se non era particolarmente difficile da navigare, ma l’organizzatore ha cercato di fare una specie di, scusa il temine, “caccia al tesoro” per andare a trovare i check point, i passaggi obbligatori, quindi ogni giorno c’era un misto di piste di sabbia, di piste più veloci nei uadi o nei canyon, c’è stato solo il quarto giorno dove c’erano essenzialmente dune, tutto il resto del percorso è stato una varietà ed ogni giorno trovavi di tutto, anche posti di “trial” dove dovevi passare veramente lentamente in mezzo alle rocce, un percorso tecnico sicuramente ma molto “navigato”, anche quando il terreno era aperto la navigazione era molto importante.

D: Puoi spiegare in cosa consiste il ruolo di “map man” sia prima che durante la gara e la sua importanza?

R: Il ruolo è sostanzialmente questo: il map man era quello che facevo dal 2010, sostanzialmente si lavora la notte precedente; perché adesso è cambiato tutto, prima nella Dakar e in tutti i rally ricevevi il road book per il giorno dopo la sera prima intorno alle 18,00, e questo cui permetteva di “colorarlo”, di sottolineare le informazioni che sembravano importanti, e quindi di “immergerti” già nella tappa del giorno dopo. Con queste informazioni qua io lavoravo tutta la notte su carte e mappe digitali per ricreare il percorso del giorno dopo, e proponevo ai miei piloti e ai miei “clienti” una specie di giro in elicottero virtuale sulla prova speciale, così anticipavamo le difficoltà della giornata, aggiungevamo qualche indicazione in più sul road book per evitare che la gente si perdesse. Era un lavoro veramente affidabile perché grazie a quello abbiamo potuto anche fare dei tagli di percorso dove l’organizzatore pensava non fosse necessario mettere dei check point, a quel punto noi potevamo “tagliare” e quindi accorciare il percorso e guadagnare del tempo. Abbiamo vinto tante gare anche con Nasser (Al Attyiad) dove io facevo il map man per lui; diciamo che era un lavoro che dava fastidio agli organizzatori perché mettevamo in luce i suoi “punti deboli” o magari gli errori che potevano aver fatto sul road book. Questo generava anche un po’ di squilibrio tra le squadre perché la giornata dipendeva molto dalla bravura del map man. Alla fine hanno risolto la cosa dando il road book soltanto la mattina, e a quel punto effettivamente non hai più tempo di lavorare in anticipo sulla tappa. A seguito di ciò il lavoro di map man non esiste più, ma questo obbliga l’organizzatore a darti un road book affidabile al 100%, mentre prima c’erano sempre degli errori che venivano corretti dal map man.

 

Foto: credit Edouard Boulanger

D: Quanto è importante la “navigazione” alla Dakar?

R: E’ fondamentale, nel senso che, prendi ad esempio Loeb, che è uno dei piloti più bravi, ma che non ha mai ottenuti grandi risultati perché il suo copilota “non sa navigare”; lui continua ad insistere ad andare con Elena, che è simpatico ed è bravissimo per i rally, ma che non ha ancora capito come si fa a navigare nel deserto, e per questo commette un sacco di errori. In un rally dai l’indicazione delle curve, delle velocità, mentre in una gara come la Dakar devi dare indicazioni su dove vai, se il copilota si sbaglia tu puoi essere anche fantastico alla guida ma perdi ore. Specialmente alla Dakar il ruolo del navigatore e della navigazione è fondamentale, poi deve sempre avere un pilota che ti capisca e che faccia bene la sua parte. L’importanza della navigazione è pari a quella del pilota, direi un 50% per ciascuno. Per me l’esempio rimane Loeb, che, se pur bravissimo, nonostante tutti i tentativi non ha ancora fatto risultati.

D: Che sensazioni si provano a vincere una Dakar?

R: Almeno per me, in quel momento cadono tutta la pressione e lo stress che hai accumulato nelle settimane precedenti, è come una liberazione. Magari non subito, ma nei minuti dopo realizzi quanto hai fatto, quando ti arrivano tutti i complimenti e gli abbracci della gente che sa cosa hai fatto, lì ti salgono le emozioni. Per me era un sogno che avevo sin da bambino, e l’averla fatta con Stephane è stato il “non plus ultra”.

D: Qual è stato il momento più difficile della Dakar 2021 per voi?

R: Il momento più critico che abbiamo vissuto, perché poteva farci perdere tutte le speranze, è stato nel giorno 7, quindi il primo giorno della “marathon”, quando abbiamo rotto il triangolo della sospensione, la macchina era tutta “seduta” sul posteriore ed era difficile da guidare, anche perché si rischiava di danneggiarla ancora di più. Abbiamo fatto gli ultimi trenta chilometri di questa tappa “strizzando” col timore che la gara finisse; non era un momento di tensione ma critico perché sapevamo che rischiavamo di poter perdere tutto.

Un racconto affascinante, che ci permette di comprendere, seppur non completamente, in quanto non vissute in prima persona, quali sensazioni, quali emozioni questi uomini, questi piloti provino nelle due settimane di gara; ringraziamo Edouard per la sua cortesia e disponibilità, con l’augurio che possa ancora rivivere da vincitore quelle sensazioni.

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