F.1 CLAUDIO LOMBARDI La scomparsa di un ingegnere per bene e innovativo

DI PAOLO CICCARONE

Segni particolari: uno per bene. Era questo che emergeva dalla figura umana dell’ingegner Claudio Lombardi, scomparso a 83 anni lo scorso 2 ottobre. La sua figura è legata a doppio filo ai successi Lancia nei rally e nelle Sport, dove corsero fior di piloti come Nannini, Patrese, Alboreto, Gabbiani, Ghinzani, Fabi e altri ancora. Lui e Cesare Fiorio fecero diventare grande un marchio che nello sport aveva segnato una pagina unica, sia nei rally sia nelle gare sport.

Dopo l’uscita di Fiorio dalla Ferrari a metà del 1991, arrivò Claudio Lombardi e oltre alla tecnica, dovette gestire una squadra allo sbando, con un pilota “politico” come Alain Prost e un Jean Alesi, cavallo scatenato, che non gli rendevano la vita facile. Ma proprio Prost ebbe parole di elogio per Lombardi, persona stupenda cui legano tantissimi ricordi in quel periodo storico in cui la Ferrari doveva riprendersi il ruolo di protagonista. Tanti gli aneddoti, tanti i ricordi, di un personaggio che i giovani oggi non trovano nel panorama mondiale dei tecnici e team principal delle varie Scuderie presenti in F.1.

A Città del Messico, 1991, il morbo di Montezuma aveva colpito piloti, tecnici e giornalisti. A quel tempo, inviato di Rombo, avevamo un fotografo al seguito che si chiama Walter Lombardi. Ebbene, visto che chi scrive era a letto con 39 di febbre, Lombardi doveva andare in circuito e chiedere al dottor Ben Bartoletti, in carico alla Ferrari, di dare delle medicine, visto che l’unico medico dell’hotel era un pediatra che si era presentato con le paperelle al collo e un termometro a forma di rana…

Chiamai la recepetion e chiesi di passarmi la stanza di Walter Lombardi, ma rispose lui, l’ingegner capo della Ferrari. “Ma ca…  dovevi portarmi le medicine e non ti sei fatto vedere, capisco che hai fame, ma io sto da cani, ti vuoi sbrigare?”. Con la sua voce calma rispose l’ingegner Claudio Lombardi: “Mi spiace, non mi sono ricordato, adesso mando Bartoletti, in che camera sei?”. Capito la gaffe, dovuta al centralinista, tempo 5 minuti arriva Bartoletti, mi riempie di pastiglie e mi dice di stare al caldo per 24 ore. In effetti la cura-bomba fece effetto e arrivato in pista fu proprio l’ingegner Lombardi a venirmi incontro chiedendomi come stavo.

Era il numero 1 della Ferrari, tanto per intenderci, eppure si prese cura di un giornalista, magari pure rompiscatole. Fate il confronto con oggi e poi capirete… Altro GP, altro episodio. Perdo il volo per Lisbona a causa di un incidente in autostrada. Il direttore dell’epoca, Alberto Sabbatini (siamo a fine 92) ovviamente me ne dice di tutti i colori. Prendo il volo del giorno dopo e finisco proprio a fianco dell’ingegner Lombardi che arrivava in circuito il venerdì. Furono due ore di chiacchiere a ruota libera, dei problemi della Ferrari, dei motori Honda, dei rivali. Chiesi se potessi scrivere qualcosa, mi disse di non infierire su Ferrari. Ne venne fuori un servizio esclusivo unico perché, poi, in pista non fu possibile fare più niente visti i cerberi della comunicazione che lo circondavano.

A un GP di Spagna ci fu uno scherzo da parte di Paolo Bramardo, inviato di Tutto Sport. Sapeva imitare alla perfezione l’ingegner Lombardi e il gruppo di giornalisti italiani, riuniti attorno a un registratore dove Paolo aveva detto di tutto e di più contro la Ferrari, fece finta di crederci e infatti, appena arriviò l’ingegnere, Zapelloni, a quel tempo a Il Giornale, gli disse ma si rende conto di che bomba ha sganciato? Lui sorpreso, chiese quale. Bramardo azionò il registratore e l’ingegnere impallidì.

Si giro, andò sul motorhome e prese una borsa con gli effetti personali. “Non mi ricordo di aver mai detto cose simili e le disconosco, ma la voce è la mia e se finisce nelle mani di chi dico io, meglio che non mi faccia trovare qui”. Gli svelammo il segreto, a questo punto ci aspettavamo un cazziatone di quelli duri, invece si accese il solito sigaro, si sistemò la ciocca di capelli (residui) ribelli e si mise a ridere come un matto. “Siete proprio tremendi, ci ero cascato davvero” disse mentre si rideva tutti insieme.

Provate a farlo oggi con quelli che ci sono adesso, e poi ne parliamo. Eppure, sotto quell’umanità, quella umiltà di chi sa le cose, le progetta (e bene, perché i motori Ferrari V12 se sono un gioiello lo devono a lui) e entra nei dettagli: “Col V10 di solito si parte in maniera brusca, io invece con questo V12 riesco a farlo partire a 1500 giri come se fosse una utilitaria” disse fiero. Tanto che a Estoril, inverno 96, Schumacher fece i complimenti perché non aveva mai guidato un motore così elastico e potente.

Ecco, i giovani non sanno e non hanno vissuto quel periodo, in cui dai rally alle sport, dalla F.1 alla MotoGP (con Aprilia i titoli mondiali di Max Biaggi, per intenderci) la mano dell’ingegner Claudio Lombardi era sempre presente. Montezemolo oggi ricorda quando lo incontrò nei corridoi a Maranello e gli chiese cosa facesse: “Sono una sorta di Ron Dennis della Ferrari” rispose Lombardi. Risposta che ancora oggi Montezemolo usa come discriminatoria del prima di lui e il dopo di lui. Ma in effetti, Lombardi era qualcosa in più del Ron Dennis della Ferrari, perché al contrario dell’inglese, lui il cuore e i motori li costruiva davvero, mica come Dennis che prendeva chiavi in mano il lavoro di Honda. Ecco, la sua scomparsa, il suo essere ferito dall’uscita dalla Ferrari, meritano rispetto e un ricordo affettuoso. Perché per quanto di valore, di spessore era umile, gentile, una persona per bene. E ci mancherà.

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