TESTO E FOTO DI GIUSEPPE MAGNI

Sono arrivato al luogo dell’appuntamento con largo anticipo. Ma lui era già lì, sguardo serio, deciso, come quando, maniglie del carrello anteriore in mano, attendeva il suo Pilota per il pit stop. Un attimo, fuggente, di apprensione: stai a vedere che adesso Claudio Bersini mi cambia tutte e quattro le gomme. Mi vede, mi sorride, l’apprensione scompare, parcheggio.
Entriamo nel locale. “Sto seguendo un ragazzino, sta girando con una Formula 4, non ha ancora l’età per gareggiare. Però va già fortissimo!” E’ come se il tempo non fosse mai trascorso, è ancora in pista, al suo posto, come ai tempi del suo Pilota, del suo Michael Schumacher. “Sto cercando di capire come guida, questo ragazzo, in modo da preparargli la macchina più adatta per il suo stile di guida, per farlo andare sempre più forte.”

RED BULL UGUALE, VERSTAPPEN FA LA DIFFERENZA
“Mi stai dicendo, Claudio, che bisogna trovare le regolazioni e l’assetto giusto per assecondare le inclinazioni di guida del pilota?” Gli chiedo. “Ma, scusa, io sento sempre parlare di macchina dominante: basta costruire quella e poi chicchessia potrebbe vincere.”
“Tutte balle.” Ribatte. “Cosa credi? Che Checo Perez sia un fermo?” La voce è un po’ bassa, ma ha il tono del ruggito, come quello che si sentiva dal muretto alle fine delle innumerevoli gare vittoriose della Rossa dei primi anni del millennio. “Checo Perez è un gran pilota, solo che la macchina che ha in comune con Max Verstappen lui non riesce ad interpretarla, avrebbe bisogno di altro. E non credere che ci sia una Red Bull numero 2, inferiore come prestazioni. Nemmeno noi facevamo differenze tra Michael e Rubens. Le macchine erano e sono sempre state uguali.”
BARRICHELLO SCHUMACHER, ERA MICHAEL LA DIFFERENZA
“Certo, devi avere la macchina che ci sta dentro certi parametri. Anche Charles Leclerc sta chiedendo certe cose alla Ferrari, ma la macchina, evidentemente, ha dei limiti che, per ora, non si riescono a superare. E allora si debbono adottare dei compromessi che impediscono al pilota di esprimersi al massimo delle sue capacità.”

“Il segreto è costruire una macchina che esalti le caratteristiche e le capacità del proprio pilota. Michael guidava Rosse con assetti talmente particolari, talmente personalizzati, che nessun altro sarebbe stato in grado di portarle a quei livelli.”
- Quindi, Claudio, mi stai dicendo che il pilota ha ancora una parte molto importante nei successi di una squadra. Insomma, non è solo la macchina.
“Assolutamente!” Risponde. “Pensa se la Ferrari se ne uscisse l’anno prossimo con una Rossa in grado di assecondare il talento di Charles Leclerc: tornerebbero a battagliare, come, per altro, hanno sempre fatto dai tempi dei kart.”
Arriva una chiamata. E’ il Circuito Ricardo Tormo di Valencia. Chiedono lumi sulla presenza di Claudio e del suo team la settimana entrante, per continuare a far girare il ragazzino. Quasi subito, dall’altro capo del filo, riconoscono l’interlocutore e ogni dettaglio burocratico si appiana in pochissimi secondi.

“Ma chi è questo ragazzino, Claudio?” “Si tratta di uno molto giovane, quasi un bambino, si chiama Niccolò Maccagnani, è di Roma, i kart non gli piacevano tanto, ma con la Formula 4 va già molto forte!”
Gli si illuminano gli occhi. Par di vederlo, lì, alla destra del suo pilota, immobile, fronte aggrottata, occhio fisso, concentrato, in attesa del segnale dentro la cuffia, all’esterno della quale sono pronto a scommettere che c’è ancora la mitica scritta “C BER”, come ai bei tempi.
“Sai, un giorno Michael mi chiese: ma come mai tu te ne stai sempre lì a destra? Non lo so, gli risposi, le disposizioni sono queste e questo è il mio posto. Non è che sarai di destra anche in politica? E anche se fosse? Va beh, ciao! E giù una risata.”
A stemperare l’atmosfera, a rendere sempre più coesa la squadra degli imbattibili, quelli che hanno vinto ripetutamente tutto quello che c’era da vincere, un periodo d’oro, del quale Claudio Bersini conserva intatte, ancora oggi, la mentalità, la professionalità, la competenza e la passione che pervadevano ogni singolo componente del Dream Team rosso.
Usciamo dal locale, ci dirigiamo verso un ristorante per il pranzo. Mi fa fare un giro in cui mi mostra la nuova, immensa area acquisita dalla Ferrari per l’ampliamento della sua struttura industriale. Si vedono già i nuovi, modernissimi reparti.
LA’ DOVE SORGERANNO LE FERRARI DEL DOMANI

Qui sorgerà il Reparto Ibridi, qui nasceranno le nuove Ferrari.” Mi dice con voce rotta dall’orgoglio di sentirsi ancora parte di una incredibile azienda, di una immarcescibile leggenda.
“Sai, la Ferrari mi ha dato tutto. Se oggi sono quello che sono, e continuo ad essere in pista a metterci tutto l’entusiasmo del mondo, è perché ho avuto il privilegio di lavorare con loro.”
Gli brillano gli occhi. Sembra un ragazzino. Anche lui. Come quello che sta facendo trottare sulle piste, cercando per lui gli assetti migliori.
Sono venuto a fargli gli auguri di Natale. Ma lui mi ha trascinato dentro il suo mondo, fatto anche di lunghe trasferte all’altro capo del mondo, in Australia, dove lo hanno voluto per curare il reparto tecnico di una azienda che si occupa di prestigiose vetture storiche.
SCHUMACHER E LA SUPERSTIZIONE DEI NUMERI DISPARI
“Sai che Michael pretendeva, per le sue Rosse, che tutti, ma proprio tutti i componenti della monoposto avessero numeri di serie che terminavano con un numero dispari?”
Mi regala l’ultima chicca. E lo abbraccio. Commosso. Torno a casa con una energia nuova, formidabile, esaltante. Il Ragazzo bresciano non è cambiato per niente, è uno di quei leggendari, meravigliosi Ragazzi che hanno fatto volare per lunghi anni la Rossa. C’è solo da stare, ancora oggi, incantati, ad ascoltarlo. E si capisce perché.
Ciao Claudio. Buon Natale. Continua a farci sognare, come sai fare tu.









