TORINO, CON UN OCCHIO VERSO IL PROSSIMO SALONE DELL’AUTO

Testo e foto MARCO FERRERO

 

Si chiude un’altra edizione del “nuovo” salone dell’automobile di Torino, kermesse che per tre giorni ha raccolto nel centro cittadino i visitatori che hanno potuto godere sia delle bellezze del capoluogo sabaudo, che nel centro cittadino presentano la loro maggiore concentrazione, sia di un’esposizione di vetture di vario genere e cronologia, incastonate nei viali dei Giardini Reali e nella piazza che per definizione rappresenta il centro di Torino ed il punto di partenza verso ogni destinazione.

A monte dei numeri che saranno diramati dagli organizzatori, da prendere comunque con un certo beneficio d’inventario, sia in quanto autoreferenziati sia in quanto non verificabili (l’accesso era libero), e come tale non “contabilizzabili”, comunque la risposta da parte del pubblico è apparsa consistente; moltissime le persone che si sono viste su un’area che consentiva, aspetto certamente positivo, di evitare affollamenti che non consentissero di poter ammirare le vetture, certamente un riscontro positivo da parte di una città che da sempre è vissuta nel segno dell’automobile e che ne è stata simbolo.

Troppa, a modesto parere personale, l’attenzione che continua ad essere dedicata alla mobilità alternativa (o elettrica che dir si voglia), una modalità che, nonostante le “spinte” (anche troppo marcate da certi contesti) e l’arricchimento della sua proposta, non pare fare breccia nel sentito del grosso pubblico, sia per i limiti che la stessa incontra, sia nella consapevolezza che un futuro alternativo non può essere unicamente elettrico per i risvolti ambientali negativi che, forse, superano i presunti benefici.

La sostenibilità di un sistema deve tenere in considerazione non solo i (giusti) aspetti ideologici, ma anche quegli impatti ambientali, produttivi, economici e sociali, aspetti che continuano ad essere sottovalutati quando non dimenticati a favore di idee che sembrano trovare meno supporto anche da parte di chi le aveva inizialmente propugnate; opportuno quindi per il futuro, anche dell’evento, guardare e valorizzare non solo giustamente quanto le nuove tecnologie possono offrire ma anche quelle modalità “convenzionali” che cerchino un corretto equilibrio tra tutte le esigenze.

In merito all’organizzazione “logistica” dell’evento, posto che non esista una soluzione “ideale” che soddisfi tutte le variabili o tutti i gusti, la rassegna, pur se molto accattivante, non da la sensazione di seguire un filo logico conduttore che guidi i visitatori attraverso un percorso temporale piuttosto che tematico, e sotto questo aspetto rischia di avere poco impatto all’occhio di un visitatore superficiale o poco attento; comunque da apprezzare la ricerca di proposte che si distacchino dal salone come convenzionalmente visto sinora.

Non è facile, ma piacerebbe vedere una conferenza aperta anche al pubblico, che possa interagire con il proprio contributo ad una tematica concreta e reale sulla quale confrontarsi per comprendere quali siano i “reali” bisogni della “gente comune” e quali le vie per soddisfarli; il panel bTOb, riservato alle aziende e svolto al di fuori della kermesse, è apparso come il solito incontro tra addetti ai lavori, ciascuno legato al proprio “orticello”, al termine del quale si esce senza proposte concrete.

Lo stesso tema del panel “La sostenibilità del sistema automotive”, si consenta, dice tutto e niente se non si focalizzano il contesto, gli obbiettivi ed i traguardi cui si punta, che peraltro devono consistere in proposte concrete sulle quali lavorare congiuntamente anche alle forze di governo che devono farsene promotrici nelle sedi opportune.

Quanto sopra non vuole essere una critica asettica, in quanto elementi positivi ce ne sono, e molti, ma vuole solo fornire con una schiettezza costruttiva spunti di riflessione; una manifestazione, quella del Salone dell’Auto in quest’ultima versione, sia chiaro, già assolutamente apprezzabile e che ha il merito di riportare Torino nella sua dimensione di capitale dell’automobile, che con un minimo di “concretezza” in più può fare un deciso salto di qualità e proporsi all’attenzione di una platea anche internazionale e di “gusti” difficili, augurio che può divenire realtà.

 

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