DI PAOLO CICCARONE FOTO DAL WEB – GAZZETTA.IT-ANSA

Era il primo agosto del 1976. Si correva il Gran Premio di Germania sul circuito del Nurburgring. Una gara come un’altra, che la RAI di allora non ritenne importante e non la trasmise in diretta. A quel tempo non tutti i Gran Premi finivano in televisione. Eppure fu proprio quel 1 agosto di cinquant’anni fa a segnare un punto di svolta per la categoria. Le immagini amatoriali della Ferrari di Niki Lauda che urta la roccia alla curva del Bergwerk, le fiamme che si sprigionano, l’arrivo di altre auto, un pilota in tuta bianca che esce di corsa dalla sua monoposto e si butta fra le fiamme coi colleghi che poi sopraggiungeranno.
Quelle immagini amatoriali, quasi sfocate, ma drammatiche e ancora oggi vivissime, sono il ricordo di un episodio che ha cambiato il volto della F.1, non solo quello di Niki Lauda, rimasto sfigurato dalle fiamme. Oggi, cinquant’anni dopo, Arturo Merzario è uno dei sopravvissuti a quell’episodio: Guy Edwards è scomparso a giugno, Harald Ertl qualche anno dopo, Brett Lunger, ex colonnello dei marines, vive negli USA. Lui, l’Arturo Nazionale, perché è un vero monumento dello sport tricolore, a 83 anni ricorda lucidamente ogni istante, ogni momento di quel 1 agosto: “Arrivai lì e mi trovai in mezzo all’inferno – dice oggi – non ci pensai due volte e mi buttai fra le fiamme mentre altri proseguirono e non si fermarono. Non voglio condannare nessuno, perché a quel tempo era normale non fermarsi. Ognuno scendeva in pista convinto che l’incidente capita agli altri, altrimenti se entri in pista col tarlo, non corri più.

Avevo visto in precedenza un altro episodio simile, in Olanda nel 1973, quando lasciarono morire Roger Williamson nella sua macchina in fiamme. Si fermò solo David Purley, nessun altro andò ad aiutarlo e il povero Roger morì bruciato vivo. Io mi fermai, capii subito che la situazione era difficile ma l’istinto mi fece agire, riuscii con l’aiuto dei colleghi a slacciare le cinture che bloccavano Niki nell’abitacolo. Nell’incidente aveva perso il casco, lo tirammo fuori. Grazie alle nozioni di pronto soccorso, praticai il massaggio cardiaco e la rianimazione, lui si riprese ma aveva respirato i gas e aveva il volto insanguinato e il passamontagna incollato al viso.
Ripeto, non so perché mi fermai, ma faceva parte della mia natura soccorrere chi era in difficoltà ma non posso accusare coloro che non si fermarono”. A dimostrazione che Merzario è un vero cavaliere delle piste, ci fu anche l’intervento a Monza nel 78 con Ronnie Peterson, che poi morì il lunedì successivo in ospedale a Milano per una embolia grassosa, o quello meno noto di Alexandra Gallo a Magione in una gara con le F.Alfa Boxer. Anche lì Arturo si gettò dal muretto dei box per salvare la pilotessa romana: “Lo ripeto, mi viene istintivo farlo ma non condanno chi non si fermò. A quel tempo perdere dei colleghi in corsa era una cosa, se posso dirlo, quasi normale, bisognava essere pronti a tutto. Con Niki intervenni e non sono pentito affatto”.

Quel giorno cambiò la F.1, perché l’intervento della TV, le immagini in mondo visione, l’attenzione dei giornali, il gran finale in Giappone, il tutto raccontato e anche romanzato nel film Rush di Ron Howard, che però trascurò la fase del salvataggio di Merzario: “Sta cosa mi lascia ancora l’amaro in bocca” si fa scappare ogni tanto, ha fatto da volano alla popolarità della F.1: si cominciò a parlare di sicurezza, delle tute, dei serbatoi antiincendio, delle barriere di protezione, fu il punto di svolta per la F.1 dell’epoca che fino al 1 maggio 1994 ha vissuto su quella rivoluzione. Fu l’incidente di Senna a Imola, anche questo visto in diretta mondiale in TV, a dare la svolta alla sicurezza che conosciamo oggi nelle corse di F.1.
Passarono 40 giorni da quel momento in Germania, si arriva a Monza e Arturo Merzario ritrova Lauda, il pilota che nel 1974 lo aveva di fatto estromesso dalla Ferrari, perché dopo la stagione disastrosa del 1973, doveva essere Arturo al fianco di Regazzoni, invece arrivò sto ragazzino austriaco che impressionò Ferrari e di fatto fece uscire Merzario dal team: “Niki portava sponsor suoi, era ricco di famiglia, in pratica alla squadra non costava niente, correva gratis, e grazie ai suoi sponsor aveva uno stipendio. Ma questa è un’altra storia. A Monza me lo ritrovo che passa davanti alla mia postazione e non mi saluta nemmeno. Che stronzo, penso fra me, gli salvo la vita e non saluta e tira dritto.

Col senno di poi posso capirlo, perché Enzo Ferrari era sicuro che fosse finita la carriera di Lauda e tramite il DS Daniele Audetto, aveva cercato altri piloti. Peterson era in parola con Chapman con la Lotus e non accettò, Fittipaldi aveva appena cominciato il suo progetto con la Copersucar coi soldi del governo brasiliano. Restava Carlos Reutemann che non ci pensò due volte a disdire l’accordo con la Brabham di Ecclestone e coi soldi del governo argentino, portò la YPF, i giacimenti petroliferi. Così a Monza oltre a Regazzoni c’era anche Reutemann”. Quindi la Ferrari schierò tre macchine… “Già e svelo un retroscena. Da Maranello fecero pressioni al professor Rovelli, che era il medico ACI che doveva sancire l’idoneità di Lauda a correre, per non farlo partecipare. Lauda capì il gioco e con un aereo privato andò in Austria, si fece visitare da tre luminari universitari e tornò a Monza col certificato. A quel punto dovettero farlo partire, poi arrivò anche quarto in gara, grazie ai vari ritiri, e la sua leggenda crebbe di colpo”.

Il rapporto con Merzario però non si sanò, cosa accadde? “Intanto me l’ero legata al dito per il suo comportamento, poi a una gara sport si presentò con un Rolex per ringraziarmi, ma era una cosa forzata e mi incavolai ancora di più. Passarono gli anni, arriviamo al trentennale del GP al Nurburgring, il nuovo tracciato, non il vecchio sia chiaro. Mi chiama Bernie Ecclestone, mi dice vieni con me che con la TV tedesca andiamo lì dove accadde l’incidente. Dico va bene e quando arrivo trovo l’ Niki Lauda. Volevo andarmene via, ma Bernie aveva organizzato che dietro il guard rail, che all’epoca non c’era, ci fosse un orecchio di plastica e imparai in tedesco la frase da dire in TV: Guarda Niki ho trovato roba tua. Lauda si mise a ridere, mi abbracciò e da quel momento siamo diventati nemici-amici”.
Fino al giorno prima della morte di Lauda nel 2019: “Ero in una trasmissione TV, lo chiamai al cellulare, Niki era lucido ma aveva capito che era finita, ma la stava affrontando con logica e dignità come aveva sempre fatto”. Se ha vissuto ancora è perché Arturo Merzario è stato l’eroe moderno che lo salvò: “Ma quale eroe, lasciamo perdere. Gli eroi sono altra cosa, mi sono buttato fra le fiamme non perché era Lauda, quello l’ho capito dopo mentre lo rianimavo, ma perché sono fatto così: se devo salvare qualcuno, non esito a farlo, è la mia natura”. La natura di un eroe moderno che 50 anni fa ha scritto una pagina di storia unica.


