FRANCO LIISTRO per CORSANEWS
Ferrari o Mercedes? Mercedes o Ferrari? Chi vince? La risposta viene dal confronto tra chi sta seduto sul ponte di comando: Frederic Vasseur, Team Principal della Ferrari e Toto Wolff, Team Principal della Mercedes, un faccia a faccia che offre uno spunto di riflessione interessante sul significato della leadership in Formula 1. Non si tratta soltanto di confrontare due dirigenti sportivi, ma di osservare due modi diversi di interpretare il rapporto con le persone che lavorano all’interno di una squadra.
La lettera pubblica di Toto Wolff, nella quale ha voluto ringraziare tutti i componenti della Mercedes, rappresenta un esempio significativo di attenzione verso il valore del lavoro collettivo. Wolff non ha voluto limitarsi a celebrare un risultato sportivo o prendersi dei meriti per avere una medaglia in più ma ha scelto di riconoscere pubblicamente il contributo di tutte le persone che, spesso lontano dai riflettori, lavorano quotidianamente per raggiungere un obiettivo comune. È un gesto che va oltre le parole di circostanza. Significa far sentire ogni componente della squadra parte integrante di un progetto, indipendentemente dal ruolo ricoperto o dalla visibilità che quel ruolo comporta. In Formula 1, infatti, il successo non è mai soltanto il risultato del pilota, degli ingegneri più importanti o di chi prende le decisioni al vertice. È il frutto di un lavoro enorme, che coinvolge centinaia di persone.
Wolff sembra aver compreso molto bene quanto sia importante trasmettere questo senso di appartenenza. Il suo messaggio è chiaro: il successo non appartiene a chi guida la squadra, ma a tutti coloro che contribuiscono a costruirlo. Un Team Principal deve certamente prendere decisioni, assumersi responsabilità e indicare la direzione, ma deve anche saper riconoscere il valore umano e professionale delle persone che lo circondano.
Frederic Vasseur ha un approccio che presenta molti aspetti differenti e atteggiamenti spesso discutibili compreso il fatto di parlare in italiano . Il dirigente francese ha più volte manifestato la volontà di difendere i propri collaboratori dalle critiche, soprattutto nei momenti difficili. Ha spesso ribadito che quando una squadra vince, vince insieme, mentre quando le cose non funzionano il responsabile deve essere il Team Principal. È una posizione condivisibile e dimostra la volontà di non scaricare sui singoli le responsabilità di un risultato negativo. Tuttavia, esiste una differenza tra difendere il proprio gruppo dalle critiche e valorizzarlo pubblicamente, riconoscendo apertamente il contributo di ogni singola persona.
Ed è proprio su questo aspetto che il comportamento di Wolff offre uno spunto di riflessione per la Ferrari.
La Ferrari è una squadra con una storia straordinaria, una pressione mediatica enorme e un patrimonio umano e professionale di grande valore. Chi lavora a Maranello sa perfettamente quanto sia importante indossare quella divisa e quanto siano elevate le aspettative di milioni di tifosi. Proprio per questo, forse, sarebbe importante vedere più spesso il proprio Team Principal rivolgersi pubblicamente a tutta la squadra, non soltanto per commentare i risultati, spiegare le difficoltà o difendere le scelte tecniche, ma anche per ringraziare chi ogni giorno lavora dietro le quinte.
Un riconoscimento pubblico può avere un valore enorme per chi dedica tempo, competenze e sacrifici a un progetto sportivo. Non cambia le prestazioni della macchina, non risolve i problemi tecnici e non garantisce una vittoria, ma contribuisce a costruire un ambiente nel quale le persone si sentono rispettate, coinvolte e valorizzate.
Naturalmente, non sarebbe corretto giudicare due dirigenti esclusivamente sulla base di una lettera o di una dichiarazione pubblica. Le loro responsabilità, le strutture aziendali e le modalità di gestione sono differenti. Tuttavia, la comunicazione è parte integrante della leadership e il modo in cui un responsabile riconosce il lavoro dei propri collaboratori racconta molto della cultura che vuole trasmettere. Wolff, con il suo messaggio, ha voluto ricordare che dietro ogni successo ci sono tante persone, molte delle quali non saliranno mai su un podio e non saranno mai intervistate davanti alle telecamere. Vasseur ha invece posto spesso l’accento sulla necessità di proteggere la squadra quando arrivano le difficoltà.
Sono due aspetti importanti, ma che non dovrebbero essere separati. Una squadra ha bisogno di essere difesa quando perde, ma ha anche bisogno di essere celebrata quando lavora bene. Ha bisogno di una guida che si assuma le responsabilità nei momenti complicati e che sappia condividere il merito nei momenti positivi.
Forse è proprio questa la lezione che Ferrari potrebbe raccogliere dall’esempio di Mercedes: non basta chiedere alle persone di credere in un progetto, bisogna anche dimostrare concretamente che il loro contributo viene riconosciuto. Perché una squadra non si costruisce soltanto attraverso gli investimenti, le strutture, le competenze tecniche e le decisioni strategiche. Si costruisce anche attraverso la fiducia, il rispetto e il senso di appartenenza. E un vero leader dovrebbe ricordarsi sempre che davanti alle telecamere rappresenta tutta la squadra, non soltanto se stesso.
In fondo, il concetto è semplice: quando si vince, bisogna avere la generosità di condividere il successo con tutti; quando si perde, bisogna avere il coraggio di assumersi personalmente le responsabilità.
È una filosofia di leadership che Ferrari, con tutta la sua storia e il suo prestigio, dovrebbe fare propria ancora di più perché dietro il Cavallino Rampante non ci sono soltanto piloti e dirigenti, ma centinaia di uomini e donne che meritano di sentirsi protagonisti dello stesso sogno. E a volte un ringraziamento pubblico, sincero e rivolto a tutti, può valere molto più di tante dichiarazioni sul futuro e sulle ambizioni di vittoria.
Che Vasseur sia sull’ottovolante oramai è tema di tutti i giorni. Però il Team Principal ha ricevuto ampie assicurazioni da parte del vertice aziendale. Assicurazioni probabilmente dettate soprattutto dal non sapere trovare una soluzione alternativa ovvero una competenza all’altezza di quanto richiede la Scuderia e che abbia carisma, immagine indiscutibile, credibilità, personalità e una strategia vincente. Ma in Italia c’è un simile profilo o parliamo di razza estinta? Dopo Fiorio nessuno più?
Non credo che dopo Cesare Fiorio ci sia stato un vuoto assoluto di dirigenti italiani capaci di guidare la Ferrari. Credo però che sia venuta meno, progressivamente, una figura di Team Principal con una caratteristica particolare: un uomo di motorsport, con una forte personalità, autorevolezza, capacità manageriale e soprattutto il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Fiorio aveva una caratteristica che non si trova facilmente: non era soltanto un dirigente, ma un uomo di corse. Aveva costruito il reparto corse Lancia, conosceva i rally, i prototipi, i piloti e la gestione delle competizioni. Quando arrivò a Maranello nel 1989 portò una cultura sportiva molto concreta. Nella sua esperienza Ferrari ottenne nove vittorie e 25 podi in 34 Gran Premi.
Dopo di lui sono arrivati dirigenti italiani importanti, ma con profili differenti: Stefano Domenicali, Maurizio Arrivabene, Mattia Binotto stendendo un velo pietoso sull’epoca di Marco Mattiacci che con la F.1 aveva poco a che fare. Non si può dire che mancassero capacità o conoscenza dell’ambiente Ferrari. È mancata, piuttosto, la continuità di un progetto vincente e di una leadership capace di consolidare nel tempo una struttura tecnica e sportiva.
Individuare oggi i nomi italiani da prendere in considerazione forse soprattutto quattro.
Andrea Stella è probabilmente il nome più interessante. È italiano, conosce profondamente la Ferrari, dove ha lavorato per quattordici anni, e oggi guida la McLaren. Ha dimostrato di saper costruire una squadra competitiva, valorizzare le persone e gestire piloti di grande personalità. Ha partecipato alla rinascita della McLaren e ai suoi successi mondiali del 2024 e 2025. È un dirigente che conosce sia la dimensione tecnica sia quella umana della Formula 1. Il problema è che oggi è legato a una squadra concorrente e non è affatto scontato che voglia tornare a Maranello dove ancora una volta si dovrebbe partire da un foglio bianco con poche garanzie e con un vertice che non brilla per decisionismo.
Antonello Coletta è un altro nome che merita attenzione anche se preferisce starsene defilato dopo aver detto no alle offerte di Luca Montezemolo. È l’uomo che ha guidato il programma Ferrari Endurance, riportando il Cavallino alla vittoria nella 24 Ore di Le Mans con la 499P. Ha dimostrato di saper costruire un progetto, scegliere le persone, organizzare una struttura e raggiungere risultati. È forse il profilo più interessante per chi vorrebbe una guida italiana cresciuta all’interno della stessa Ferrari. Bisogna però considerare che la Formula 1 è un mondo diverso dall’Endurance e che lo stesso Coletta non avrebbe particolare interesse per quell’incarico ben sapendo di mettere a repentaglio una carriera significativa,
Massimo Rivola è un’altra candidatura che prenderei seriamente in considerazione. Ha lavorato a lungo in Ferrari, occupandosi anche della gestione sportiva dei piloti, e successivamente ha assunto la guida dell’Aprilia in MotoGP. Ha dimostrato capacità manageriali e una buona conoscenza delle dinamiche delle competizioni. Sarebbe un ritorno a Maranello di una persona che conosce già l’ambiente, anche se il passaggio dalla MotoGP alla Formula 1 richiederebbe una valutazione attenta e molte garanzie.
Stefano Domenicali merita una menzione particolare. È stato Team Principal Ferrari e oggi è alla guida della Formula 1. Conosce perfettamente Maranello, la sua storia e le sue dinamiche. Tuttavia, immaginare un suo ritorno operativo alla Scuderia appare oggi poco realistico. A conti fatti è l’unico fuori gioco, come dire di no ad essere il n° 1 di Liberty Media e magari ai guadagni che il ruolo comporta?
Allora guardare oltre i confini? No, la Ferrari non ha necessariamente bisogno di cercare un altro dirigente straniero, ha bisogno di individuare una persona che abbia una vera cultura delle corse, che conosca il significato del marchio e che abbia il carattere necessario per gestire una squadra sottoposta a pressioni straordinarie, soprattutto deve avere pieni poteri e la fiducia della proprietà. Non si può chiedere a un Team Principal di rispondere dei risultati se non gli viene riconosciuta la possibilità di scegliere i collaboratori, intervenire sull’organizzazione e costruire un progetto a lungo termine.
Ma c’è una considerazione che é ancora più importante. Cesare Fiorio non era diventato un grande dirigente perché aveva un titolo sulla porta dell’ufficio. Lo era perché aveva una visione sportiva, personalità, competenza e capacità di prendere decisioni. È questo il tipo di uomo che vorrei vedere alla guida della Ferrari. Non necessariamente italiano per passaporto, ma italiano nello spirito sportivo, nella passione e nel senso di appartenenza. E soprattutto un uomo che non abbia paura di dire alla proprietà, ai piloti e ai tecnici quello che pensa e che sappia tenere fuori dall’ufficio e dal box simpatie personali o amicizie dovute a interessi di altra natura e che soprattutto che parli almeno anche l’italiano.
La Ferrari non ha bisogno di un portavoce. Ha bisogno di un capo delle corse.


